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21 Novembre 2011 - Il recente caso di Salman Rushdie con Facebook ci porta a riflettere sull’utilizzo del nome in Internet. Ricordiamo in breve la vicenda: Facebook non voleva consentire di usare il nome Salman (secondo nome) per l’account , ma solo quello di Ahmed (che è il primo nome sul passaporto).

Facile prevederlo, ma ovviamente Rushdie l’ha avuta vinta. D’altro canto anche nelle liste elettorali ci si può presentare usando il nome con il quale si è noti nell’attività politica.

Certo il problema non nasce con Internet . E’ però vero che l’uso di Internet per tutti i tipi di relazioni (incluse quelle pre contrattuali, commerciali e fiscali) pone il problema dell’identità dell’interlocutore in maniera esponenziale.

Secondo l’International Herald Tribune del 16 novembre (da cui ho tratto la notizia del caso Rushdie) gli atteggiamenti dei service sono diversi: di Facebook abbiamo detto, mentre Google ammetterebbe anche l’uso di pseudonimi o di alias. Twitter, invece, avrebbe un approccio “laissez faire”.

Il problema però esiste e a ben vedere l’atteggiamento iniziale di Facebook era anche a tutela di Rushdie in quanto cercava di evitare confusione e di prevenire un impostore.

Insomma…Pronto, chi scrive?

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