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Si è tenuto l'11 dicembre u.s., presso l’Università Europea di Roma, l’incontro sul tema “La rivoluzione francescana dalla Laudato Si'“ con padre Raniero Cantalamessa, predicatore dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini; Gianfranco Marocchi, presidente del Consorzio Idee in Rete; e Massimo Medugno,direttore di Assocarta.

Durante il suo intervento padre Raniero Cantalamessa ha approfondito tre temi circa il cantico della creature: come nacque, la sua struttura e gli insegnamenti che se ne possono trarre rapportandoli ai tempi attuali. Ci racconta quindi come “nell’anno 1224, l’ultimo della vita terrena di Francesco, accadde che il santo, pieno di atroci dolori, si rifugiò a San Damiano, presso Chiara e le sorelle.

Una notte che era giunto all’estremo delle forze si rivolse al Signore che lo confortò facendogli vedere quale sarebbe stato il premio delle sue sofferenze e dandogli la certezza della sua salvezza eterna.”

Riconciliato con i suoi patimenti, in un impeto di gioia spirituale, riferirà dunque ai fratelli che lo assistevano l’intenzione di rendere lode a Lui componendo una nuova Lauda del Signorein dedica alle sue creature. A tal proposito, padre Cantalamessa ci fa sapere che la grande novità del Cantico sta nel fatto che Francesco scelse di scriverlo in volgare italiano, per renderlo comprensibile a quante più strati sociali possibili.

Per quanto riguarda invece la struttura del Cantico, “Francesco non si è certo preoccupato di darne una al suo cantico, eppure è evidente l’esistenza nel cantico di una certa struttura”, sostiene il predicatore, così spiegando: “Scendendo da Dio lo sguardo di Francesco si sofferma sulle creature che stanno in cielo: il sole, la luna, le stelle, l’atmosfera con i suoi fenomeni.”Da lì, il Cantico inizia a porre l’attenzione sulla terra con tutto ciò che la riempie e l’abbellisce. “Si sa che in un primo momento il Cantico si arrestava qui. Una circostanza storica indusse Francesco ad aggiungere quasi subito la strofa sul perdono”.

Solo un passaggio mancava per terminare l’opera e fu così che Francesco, sentendo avvicinarsi l’ora delle morte, proprio di sorella morte scrisse nella sua ultima strofa. “Francesco ricorda l’ineluttabilità della morte, ma soprattutto evoca la terribile possibilità della morte seconda (Ap 20,6).

Questa è l’unica che merita davvero il nome di morte, perché non è un passaggio, ma uno stato; è un eterno morire, un precipitarsi verso il proprio annientamento senza poterlo mai raggiungere. È un cercare la morte senza poterla trovare, un rincorrerla mentre essa adesso fugge da te.”, spiega padre Raniero.Infine, Nel verso finale Francesco cambia l’interlocutore: non si rivolge più a Dio ma agli uomini suoi simili.

Al termine della sua analisi, padre Cantalamessa ha lasciato ai presenti il suo commento e considerazioni sul documento scritto da San Francesco, dichiarando:

“Francesco è la prova vivente dell’apporto che la fede in Dio può dare allo sforzo comune per la salvaguardia del creato. Non ha ancora le ragioni pratiche che abbiamo noi oggi per preoccuparci del futuro del pianeta: inquinamento atmosferico, scarsità di acqua pulita…Il suo è un ecologismo puro dagli scopi utilitaristici, per quanto legittimi, che abbiamo noi oggi.

Francesco ci addita la strada per un cambiamento radicale nel nostro rapporto con il creato: consiste nel sostituire al possesso la contemplazione.Lui può gioire di tutte le cose, perché ha rinunciato a possederne alcuna.”

Inoltre, padre Raniero ha colto l’occasione di porre attenzione ad un aforisma di San Francesco:“Disse un giorno: Io non voglio essere ladro di elemosine. Oggi, anche noi dovremmo proporci: non voglio essere ladro di risorse, usandone più del dovuto e sottraendole così a chi verrà dopo di me.”

Cantalamessa ha poi terminato il suo intervento leggendo alcune righe scritte di suo pugno ed immaginandole come quelle che, se San Francesco fosse vissuto ai giorni nostri, avrebbe inserito nel Cantico: “Laudato sii, mi Signore, per tutti quelli che lavorano per proteggere nostra sorella madre Terra, scienziati, politici, capi di tutte le religioni e uomini di buona volontà. Laudato sii, mi Signore per colui che, insieme con il mio nome, ha preso anche  il mio messaggio e lo sta portando oggi a tutto il mondo!”.

A seguire, ha poi preso parola Gianfranco Marocchi, il quale ci ha spiegato da quali presupposti è nato il suo consorzio Idee in Rete: “La cooperazione sociale nasce, circa trent’anni fa, parte di un percorso volto a colmare una frattura pesantemente radicata nella nostra società.

Il paradigma prevalente, allora ampiamente diffuso, predicava infatti la separazione dal corpo sociale di tutto ciò che era avvertito come anomalo o patologico: il matto, chiuso in manicomio; il detenuto, chiuso in galera; il disabile o il minore senza famiglia, ospitato in istituti. La cooperazione, insieme ad altri attori sociali, sfonda questa linea di frattura. Il matto, il disabile, il minore privo di famiglia vivono insieme agli altri, se possibile – con adeguati supporti.”

Questa convinzione nasce da quella altrettanto forte secondo cui “l’intera società e non solo figure specifiche sono oggi chiamate a farsi carico dei processi di inclusione sociale. E oggi troviamo normale pensare ad una classe di una scuola elementare o media in cui vi siano bambini con disabilità insieme a bambini normodotati.”

Un modo questo, per combattere l’antica paura delle differenze. Eppure, Morocchi ha precisato come “la costruzione di solidarietà e coesione non sia percorribile solo con servizi alle persone più deboli, ma costruendo un modello economico e sociale diverso.”

E a tal proposito ha portato l’esempio di tutti quei casi in cui un’iniziativa di sviluppo locale, come può essere la valorizzazione di un bene artistico o culturale, diventa strumento di rilancio di un territorio e di occupazione.

Curioso, infine, come anche nel tema della cooperazione si possano ritrovar passi del Cantico di San Francesco e dell’Enciclica Verde di Papa Francesco: “in alcuni testi di una ventina di anni fa si leggeva il termine, volutamente provocatorio e coincidente con una delle espressioni della Laudatosi’, di ecologia umana: a significare che così come vi era chi, in campo ecologico, aveva trasformato il rifiuto in risorsa, allo stesso modo la cooperazione sociale riusciva a valorizzare i lavoratori che le alte imprese generalmente considerano appunto rifiuti, incompatibili con il loro processo produttivo.”

Ed è proprio a proposito del processo produttivo di tutte le risorse e materiali, che si ritiene piuttosto orgoglioso il direttore di Assocarta, Massimo Medugno,in quanto nel 2014 - ci fa sapere - “i livelli produttivi della carta si sono confermati al di sopra di 8,6 milioni di tonnellate, pari a 6,75 miliardi di fatturato.”

E così “il settore cartario si conferma il 4° produttore europeo,dopo Germania, Finlandiae Svezia. Uno che promuove l’uso responsabile della carta e il suo riutilizzo con uno sforzo sempre maggiore in termini di raccolta sia a livello industriale che a livello domestico e di re-immissione della carta raccolta nel processo produttivo” ma allo stesso tempo “fortemente influenzato dagli investimenti pubblicitari in costante diminuzione e dall’avanzata del digitale.”

Tuttavia, in un mondo in cui la digitalizzazione è così vastamente diffusa e si è dell’idea che rappresenti un passo avanti per l’ambiente, Medugno si chiede se invece col digitale non ci ritroveremo a consumare come e più di prima.

Il punto cruciale nel settore cartario è per lui ad ogni modo il seguente: “Siamo in un contesto in cui si fatica ad essere impresa e a continuare a fare impresa.” A dimostrazione di questo “l'art.24 del decreto legge n.91 del giugno 2014 ha introdotto, nonostante le forti opposizioni di Assocarta e di altri importanti comparti industriali, il pagamento degli oneri di sistema sull’energia elettrica autoconsumata in misura pari al 5% rispetto ai corrispettivi dovuti sul prelievo.

La prima e più importante conseguenza che ha avuto questa disposizione è stata quella di bloccare i nuovi progetti di investimento per la cogenerazione che erano stati programmati dalle imprese del settore per cercare di contenere i costi energetici e porre le basi per continuare ad operare sul territorio italiano nei prossimi anni.”

Il quadro che emerge è quello di un momento storico in cui più che mai occorre prendere coscienza dell’importanza della produzione e del consumo sostenibile. L’auspicio non può che essere e continuare ad essere dunque, quello di far rete, informarsi, informare e partorire idee connesse direttamente e non al tema ecologico; uno trasversale, in quanto richiama al dovere ed al diritto di tutti: senza distinzione di cultura, spiritualità o stato sociale.pp

(ZENIT.org

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